Gianfranco Marabelli in una memoria di Enrico Bonomini
“Nella vita tirò tardi”. Si era coniato da solo, con larghissimo anticipo, il suo epitaffio. Come dargli torto.
Ma affermare che Gianfranco fosse perennemente in ritardo è solo una pallida approssimazione al vero. E poi il ritardo c’entra poco, lui era al di là di una mera nozione funzionale organizzata per ore e minuti.
Nella Verba DDB degli anni ’90, come in ogni altra sigla che si rispettasse, si cominciava a carburare non prima delle undici, dopo il terzo o il quarto caffè, giú al bar.
E la prima cosa che faceva Gianfranco – seduto finalmente alla scrivania del suo bell’ufficio che echeggiava di citazioni bernbachiane, gli annual a piegare i silenziosi tondini della libreria, il gigantesco matitone giallo appoggiato all’angolo, la lampada Artemide sempre accesa – era prendere contatto morbido con la giornata imminente: temperava le matite.
Tre, cinque, sette… Con metodo, e l’ausilio di un aggeggio elettrico.
Marí, nell’ufficio adiacente, teneva a bada le e gli account, che dalle nove facevano anticamera, e ogni tanto lanciava sonore suppliche.
“Cazzo, Marí, non vedi che ho da fare?”.
Con la punta affusolata al decimillimetro della sua Staedtler giallo-nera tracciava poi virtuosistici titoli in Bodoni extra light, da passare agli esecutivisti. O piccole caricature, ma quelle preferibilmente in riunione coi clienti, te le mostrava da sotto i baffi, e stava a te non ridere.
I baffi di Gianfranco. Li torturava con una gentilezza tutta sua, mentre ascoltava, o meditava con quale battuta rintuzzare obiezioni a una campagna di un qualche pm, o amministratore delegato che fosse.
La settimana scorsa, nella casa di cura dov’era ospitato, non li aveva piú, i suoi baffi. Sacrificati per facilitare il lavoro del sondino.
“Te li farai ricrescere?” “Ci devo pensare”. E poi, dopo una pausa davvero breve: “No, una cosa in meno”.
Amava tirare tardi, prendersi tutto il tempo che ci vuole, e anche oltre, ma era fulmineo. E quando senti che i giorni si accorciano badi alle cose che contano di piú, la vicinanza delle tue figlie, ad esempio. Cosa sono un paio di baffi.
Adorava freddure, calembour, barzellettine micidiali di cui era instancabile raccoglitore, e generatore. Un’allegria contagiosa, leggera. Ridevi per la battuta, sí, ma perché era lui a farla.
Chiunque l’abbia conosciuto o anche solo incontrato lo racconta come un galantuomo: arguto, elegante, affabile. Gentile. Ed è cosí.
Ma sono certo che l’ultima cosa che Gianfranco avrebbe voluto era quella di passare per santo. Nulla a che vedere con un padre Pio qualsiasi (che lascerei ai suoi mediocri estimatori pubblici).
“Io sono papa Giovanni e insieme Tarzan”, aveva detto di sé un giorno.
Ecumenico come davvero un papa (buono) potrebbe. Amava essere amato, e ci riusciva nel modo piú immediato e naturale, senza forzature. Amico di chiunque: il tipo del tavolo a fianco al ristorante, un cliente appena incontrato, il fabbro chiamato per rimediare a un qualche guaio (come quando centrò la serranda aperta del garage con la bici montata sul tettuccio dell’Audi), il copy assunto da due giorni.
Papa Giovanni, sí. Ma la parte intrepida e avventurosa era sempre lí, pronta a sbucare dalle sue belle giacche che sapevano di buona sartoria e ottime maniere.
Nel corridoio dell’agenzia capitava di incrociare una giovane collega dotata di ragguardevole décolleté. “Ciao, come state?” la salutava.
A una cena di gala, con le signore sberluccicanti e il pianista in sottofondo, presentò un piú giovane copywriter dicendo “Lui scrive come Rocco Siffredi”. Ricordo ancora il ‘crick’ del cubetto di ghiaccio nel mio gin tonic, spezzato dal silenzio sceso sulla tavolata.
Ma Gianfranco era disinvoltura distillata, un’altra battuta e la serata decollava, come diceva la pubblicità di un amaro.
Grande raccontatore di storie, e lui per primo fonte mai finita di aneddoti.
Nel traffico di pedoni di Piazza Duomo individuava la sua vittima, le si avvicinava e col suo disarmante aplomb chiedeva: “Scusi, mi sa indicare la strada per Betlemme?”.
La volta che prese dal bancone del bar due vassoi colmi di brioche e si mise a offrirle ai passanti.
“Oggi paga lui”, indicando il collega che aveva saltato piú di un turno alla cassa del bar di Galleria Passarella.
La notte che con Ezio da Berlino anziché da Wolfsburg arrivò in Polonia.
Mi era capitato di chiamare Gianfranco l’ancien prodige della pubblicità italiana (quando lui arrivò, o meglio, quando tornò in DDB, aveva passato i cinquanta).
Ci sarei rimasto legato per sempre, tra matite temperate, dibattiti interminabili sulla dimensione di un carattere, i rituali aperitivi prima e dopo i pasti, le cene a pisarei e fasö al Falco di Rivalta (con quella grotta satura del miracoloso profumo di coppe e prosciutti), l’amore incondizionato per quel nostro lavoro. Qualche campagna fortunata. E paurosi viaggi in auto.
Gianfranco guidava come un pazzo a fari spenti nella notte. Distratto come nessuno, il telefono in una mano il portaocchiali nell’altra, e micidiali microsonni in agguato, mentre filavamo sulla terza corsia dell’A4 con destinazione Autogerma, Verona, l’importatore di Volkswagen e Audi. C’è stato uno stellone laico a proteggerlo, grande cosí. Fino all’altro giorno, e ora siamo qui a piangerlo, con la tristezza di sapere che i bei ricordi saranno sempre con te, certo, ma lui non c’è piú.
Una parte di me era convinta che Gianfranco non solo non dovesse ma non potesse morire mai.
Su un set romano, il sole che ti martellava in testa uno a uno i suoi 40 gradi, all’ora di pranzo si presenta in t-shirt e scarpette da running. “Ciao, vado a correre”. Tornò dopo un’ora e mezza, la faccia scavata, bianca come un foglio Fedrigoni extra white, la maglietta che neanche l’avessi raccolta dal Tevere. “Stai bene?” “Sí, cazzo, ho sete”. E giú un beverone ghiacciato.
Un Highlander coi baffi bianchi.
L’amore infinito (e ricambiato) per il lavoro, i suoi riti, i suoi tempi già dilatati di loro, e con lui liquefatti.
Si cominciava tardi, il mattino, ma si faceva poi notte e non di rado l’alba.
Gianfranco a una certa ora se ne andava, potevano essere le undici o le due, perché non portava mai le chiavi di casa con sé, e non vorrai fare aspettare Giovanna sveglia troppo a lungo, no?
Prima di salutare si esibiva in una delle sue preferite interpretazioni da anziano attor giovane hollywoodiano (anche questa un’autodefinizione): quella del papà – questa volta con l’accento – buono che con voce accorata ricorda una fondamentale lezione di Bill Bernbach: “Essere creativi è uscire dall’agenzia alle cinque e mezza del pomeriggio”. Perché c’è un mondo là fuori, chiosava, indicando il buio di via Savona, fitto oltre i vetri.
Mi hanno profondamente commosso, al funerale – insieme alle parole pronunciate al microfono da Chiara e Lorenzo, che tra le lacrime si rivolgevano al loro nonno adorato – i volti belli di antichi colleghi usciti dall’agenzia da decenni, e ancora lí.
Lui non piú presidente della DDB, insieme ad Alessandro (giovane art, allievo, complice, amico, sodale, badante tecnologico e svariate altre cose) avevamo messo in piedi una sigla. E cominciò, dopo quella gloriosa della multinazionale, l’epopea di Vasto.
Gianfranco a Vasto aveva comprato casa – in una stradina coi mattoni sbrecciati, prontamente ristrutturata con facciata iperminimal di cemento grigio scelto col pantone in mano, e scala interna in acciaio – e facevamo tappa là prima di andare dal nostro cliente di Lanciano (‘cliente’ è molto riduttivo, quando dopo due presentazioni ci passi le serate a cena, e fai pure tardi).
Le discese verso l’Abruzzo non erano viaggi, ma performance. Ci si trovava fuori dall’autostrada in un punto intermedio rispetto alle nostre tre diverse provenienze, si caricavano borse e layout su un’auto, e si partiva. Dopo settecento metri facevamo tappa in un bar per un caffè. Il bar era anche uno spaccio di coppe, prosciutti, speck e mortadelle monstre. Sono solo le nove, ma non vuoi assaggiare? Ne metta una fettina in piú, grazie. E quel culatello, com’è, signorina?
Per fortuna poi guidava Alessandro.
Le discussioni di tre giorni se fosse meglio in un’affissione usare il termine ‘velocità’ o ‘rapidità’. Quando sfinito stavi per mollare, era lui che ti sorpassava a sinistra, a destra, in alto e di lato. Perché era imprevedibile, sapeva difendere allo stremo una posizione, e poi sparigliare.
Chi non cambia mai idea è un cretino (e ti restava il dubbio che lo fossi tu, che eri rimasto della tua).
Grande arte diplomatica, la sua. A volte e a torto scambiata in reparto per indecisionismo. E mai usata per calcolo o tornaconto. Se mai esercitata con intelligenza e sensibilità. E sempre con la canzonatura al momento giusto, che stemperava, che ti faceva sorridere, e essere felice di stare in quell’agenzia di via Solari 11, con i mattoni a vista della vecchia fabbrica Ferrochina Bisleri, il portiere dalla cintura ascellare che se ti azzardavi a sbagliare parcheggio nel cortile riservato ti veniva incontro facendo no no col dito alzato.
Ieri, sul sagrato della chiesa affollato di amici e sconosciuti di ogni età, per tenere a bada il magone mi chiedevo cosa avrebbe detto lui, vedendoci tutti lí. E lo immaginavo che scendeva dal suo Galletto con la giacca arancione, si toglieva il casco e col baffo un po’ sghimbescio chiedeva: “Cosa sono queste facce da funerale?”.
Ma la battuta sarebbe stata di certo piú spiritosa.
Addio Gianfranco, amico di una vita.
Enrico Bonomini







