Neri in un annuncio della serie Jägermeister, 1970-1974 circa. Agenzia GGK Milano, art director Fritz Tschirren, fotografo Jean-Pierre Maurer.
«Bevo Jägermeister perché ho vinto per la prima volta una partita a scacchi con me stesso.» Leggo e rileggo questa frase scritta su un ritratto giovanile di Neri e la sua precisione mi fa quasi paura. Chi l’ha scritta? Fritz, te lo ricordi? Naturalmente la conoscevo, a quei tempi ero vicinissimo a Neri e anche agli autori della campagna Cosí fan tutti: anch’io, come tanti, le avevo prestato il mio volto. Qualcuno, in GGK, studiava i ritratti di Jean-Pierre Maurer per l’amaro Jägermeister e ci metteva una headline. Sí, ma chi scrisse questa? Paolo Zanussi? Andrea Concato? Enzo Baldoni? Me la ricordavo come una battuta innocua e simpatica, adesso mi colpisce con l’acutezza di una formidabile intuizione psicologica, anzi di piú: una profezia. Quella frase, all’apparenza nulla piú che uno scherzo, ora che Neri è morto assume lo spessore di una biografia e di un destino. La sintesi perfetta di Sergio «Neri» Pelo: della sua vita, del suo temperamento, della sua intransigenza, del suo pessimismo, del suo rigore, della sua trasparenza, della sua fragilità. Ha «vinto» per la prima volta: lui, imbattibile campione di autocritica, che parlava di sé come di un loser senza speranza, adesso deve essere passato dall’aspro inverno del suo scontento alla gloria del sole di York. Mi è capitato a volte (ahimè) di commemorare amici scomparsi, ma in questo caso metto, come si suol dire, le mani avanti: mi arrendo prima di cominciare. So già che non riuscirò a scrivere niente di accurato, di lineare, di unitario su Neri. Non tanto a causa della sua congenita inquietudine, quanto della mia incapacità di tenerla a freno. Era una persona ipersensibile, adorabile e difficile. Il suo senso dell’etica, della rettitudine e della giustizia toccava vertici insostenibili per i comuni mortali che si imbattevano in lui. Ci voleva una frazione di secondo, in sua presenza, per sentirti all’improvviso dalla parte del torto.
Di Neri non riuscirei, dicevo, a tratteggiare un profilo nitido, coerente, razionale. Posso solo schierare sulla pagina un certo numero di flash alla rinfusa, tutti piú o meno contraddittorii, tutti piú o meno rivelatori del suo carattere (una generosità sovrumana e irta di spigoli). Ma anche del carattere di coloro che avevano a che fare con lui: perché Neri era una cartina di tornasole, un catalizzatore, un agente chimico che costringeva l’interlocutore a venire allo scoperto. La mattina del 3 novembre 1975, il reparto creativo della nostra agenzia, la CPV, era scosso dalla morte di Pasolini. Mediamente piú scosso, credo, dei reparti commerciali e amministrativi. Neri piombò in mezzo a noi con la mobilità di un tornado dopo aver inflitto una furiosa scenata a Tullio Cottinini, l’amministratore delegato. Al quale era sfuggito dalle labbra un imbarazzante commento sulla tragedia di PPP: «Se l’è andata a cercare.» Noi tutti ci indignammo per quelle sei bruttissime parole, per quel pensiero cosí cinico e mediocre; ma l’indignazione di Neri era di piú, era uno sdegno senza rimedio, un sentimento di rabbia e frustrazione il cui peso, politico e morale, era tale da rendere insensato un normale proseguimento della routine quotidiana. C’era lavoro da fare, c’erano idee da trovare o rifinire, c’erano scadenze da rispettare, le agende reclamavano un’attenzione che la morte violenta di Pasolini rendeva opaca e dolorosa; ma il commento di Cottinini era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, lo scandalo sopra lo scandalo. Cercavamo di consolare Neri, di rifargli prendere fiato, di minimizzare l’errore di Cottinini ascrivendolo alla disciplina militare e machista da cui proveniva; la tragedia del giorno era la morte di Pasolini, non la frase di Cottinini, ripetevamo; ma era chiaro che a sbagliare eravamo noi e che Neri aveva ragione, si può morire come Pasolini solo in un mondo che disapprova tutto ciò che pensa, che dice, che scrive e che fa. Ma la situazione era ancora piú complessa di come la descrivo. C’era un affetto fraterno tra Neri e Cottinini. Un legame fondato su una reciproca, incrollabile stima. Ciascuno dei due vedeva nell’altro la propria vulnerabilità sublimata sotto altra forma: Neri vedeva in Cot il carisma del leader ingentilito da un’ombra di malinconia e understatement; Cot vedeva in Neri il carisma dell’artista. La crisi di quel giorno era nata da un tipo di delusione piuttosto frequente nei rapporti di Neri col prossimo: il prossimo, prima o poi e in un modo o nell’altro, si rivelava inadeguato alle sue aspettative e ciò lo faceva precipitare nello sconforto.
L’esistenza di Neri era una sfida senza fine. Odiava i compromessi con tutte le forze. Persino il suo look era una sfida. Nella Milano degli anni Settanta, se dovevi muoverti tutti i giorni all’interno del perimetro San Babila – corso Europa – Università Statale – piazza Fontana – via Larga e lo facevi con una folta barba nera, un foulard rosso al collo e una rivista come L’Espresso sotto il braccio, poteva finire a botte (Cot avrebbe potuto dire «te le andavi a cercare», ma non ne sono sicuro). C’erano squadristi dappertutto, e piú d’una volta Neri arrivò col fiatone nel salvifico ascensore di corso Europa 2. In piazza San Babila, presidiata da «sanbabilini» e forze dell’ordine, io emergevo guardingo dal sottosuolo della metropolitana con i giornali nascosti nella ventiquattrore; non ero coraggioso come Neri. (Coraggioso o fatalista? Ancora me lo chiedo).
Cottinini (non lasciatevi ingannare da quella scivolata su Pasolini: Cot poteva essere vittima di pregiudizi e di altre ingenuità provinciali, ma non condannatelo; era una persona migliore di come rischia di apparire da questo inadeguato resoconto) vedeva in Neri il carisma dell’artista perché Neri era un artista. Tra i pubblicitari della sua e della mia generazione non era infrequente imbattersi in artisti mancati passati a fare gli art director della pubblicità o di scrittori mancati convertiti al copywriting. A Neri la condizione di artista costretto a guadagnarsi da vivere facendo un altro mestiere suscitava reazioni contrastanti. Da una parte lo rendeva infelice, dall’altra lo spingeva ad autopunirsi e a prendere la pubblicità non per quello che era e che poteva dargli, ma come un concentrato di doveri morali da assolvere. Eppure non era un velleitario, era un artista e basta, anche se estraneo ai circuiti ufficiali dell’arte. Paradosso dei paradossi: si vergognava non di fare il pubblicitario ma di fare l’artista, a tempo perso e comunque «rubando» energie, secondo lui, al suo dovere kantiano di pubblicitario. O si sta da una parte o dall’altra: questo andava sostenendo, criticando sé stesso e chiunque, a suo giudizio, si permettesse di tenere i piedi in due scarpe. Le sue opere – le poche che si è concesso di pensare e realizzare, nel tempo – dicono molto di lui, com’è ovvio che sia. Le piú riuscite rappresentano la costrizione, la prigionia, la trappola: sedie ingabbiate, buchi neri (giocava spesso, macabramente, col proprio nickname), parole in forma di pietre, chiodi conficcati nella schiena del tempo… Durante il lockdown del 2020 mi venivano spesso in mente le sue sculture, i suoi collage, le sue fotografie, e ci ritrovavo una simbologia minacciosamente attuale (ne avevo scritto, un po’ di sfuggita, qui).
Lavorare con Neri poteva essere molto piacevole e, al tempo stesso, molto impegnativo. Le sue «giornate no» potevano coinvolgere i colleghi piú stretti in un reticolo di proteste e polemiche la cui natura non era sempre o soltanto attinente ai compiti professionali. Neri non voleva saperne di scindere il lavoro da tutto il resto: la politica, la società, i ruoli, le relazioni interpersonali, il comportamento dei singoli membri di un team. Non sopportava «le bugie» ma aveva la capacità di intercettarne dappertutto, come un rabdomante che localizza acque e metalli invisibili agli altri, e ciò lo teneva costantemente in stato d’allarme. I momenti adorabili erano quelli in cui si liberava delle sue ansie e delle sue missioni e cominciava, col partner copywriter, a schizzare annunci stampa sui tovaglioli di carta del ristorante. Talvolta sospettavo che l’ufficio esercitasse su di lui un’influenza negativa; di fatto i ricordi piú solari che ho della nostra amicizia, ma anche del nostro lavorare insieme, sono ambientati altrove – il ristorante Tosca, casa sua, casa mia, Roma, Firenze, le campagne toscane… A Malta fummo ospiti per una settimana del loro ministero del turismo; avevamo ricevuto l’incarico di progettare una campagna che valorizzasse il turismo italiano nell’arcipelago. Misero a nostra disposizione un accompagnatore che ci portò in giro per rovine archeologiche e scorci pittoreschi, medine arabe e residenze coloniali, templi sotterranei e capolavori del Caravaggio, e noi due scoppiavamo di felicità come bambini al luna park continuando a scattare fotografie e inventare agganci pubblicitari… Fuori dal palazzo nero di corso Europa era decisamente un’altra persona, uno spirito libero, talvolta persino sereno.
Era il 1974, mi pare di ricordare, quando il nostro direttore creativo, Luigi Montaini, decise di abbandonare l’agenzia per dedicarsi esclusivamente alla regia di spot pubblicitari. Per la CPV si aprí un delicato problema di successione. Luigi aveva lasciato dietro di sé un line-up costituito da tre vicedirettori creativi: Marco Vecchia, Neri ed io. Due copy e un art. Cottinini voleva un frontman e non faceva mistero della sua preferenza: voleva Neri. Al tempo stesso era preoccupato dalla possibilità che gli altri due, Marco e Pasquale, potessero sentirsi declassati e decidessero di continuare altrove una carriera già piena di promesse. La posizione di Neri fu nettissima: la direzione creativa ideale sarebbe stata un collettivo di tre persone. Noi tre. Tutti e tre. Aramis, Athos e Porthos: nessun D’Artagnan. Cot fu costretto ad accettare, ma non era convinto e ritornava periodicamente sull’argomento. Temeva che esibire sul mercato una triade anziché un leader al singolare indebolisse l’immagine dell’agenzia. Il culto della personalità era ritenuto indispensabile nel mondo della réclame. Il triumvirato, rispetto al solista, sembrava nocivo come un’inflazione.
L’idea del collettivo – tutti alla pari, compagni di vita e di lavoro – aveva il fascino discreto della democrazia e ci proteggeva da un inutile spargimento di sangue fraterno. Nessuno dei tre voleva ergersi al di sopra degli altri e nessuno dei tre (è vero anche questo) avrebbe accettato di buon grado di sottomettersi all’uno o all’altro dei suoi colleghi. La soluzione a tre sembrava essere la piú giudiziosa. Ma lo era solo in teoria. Neri esigeva che tutte le questioni creative andassero discusse dal trio e tutte le decisioni fossero prese all’unanimità. Questo accordo si rivelò pericoloso. Non era né possibile né pratico subordinare ogni decisione alla compresenza e alla disponibilità di tre manager. L’incidente non tardò a verificarsi. Neri era in trasferta a Roma da una settimana (la CPV aveva una sede anche nella capitale) e Marco ed io ci trovammo costretti a prendere senza di lui le decisioni finali su una gara (per il budget di Vat 69, una famosa marca di scotch whisky). Non c’erano i mezzi odierni di comunicazione a distanza e non si poteva fare altrimenti. Neri tornò nel tardo pomeriggio della vigilia della presentazione del progetto al cliente. Ci fu una riunione con lui quando tutto il materiale era già pronto: presentazione strategica, storyboard, decine di layout disegnati a dovere e incollati su cartoni in pura pasta di legno color avorio, audiocassetta con jingle realizzato ad hoc, pianificazione media, etc. Neri andò fuori di sé. Era un abile dialettico e smontò tutto il lavoro fatto come se si trattasse di spazzatura. Marco ed io fummo travolti dalle sue critiche in presenza dei ragazzi che avevamo guidato nel progetto. Io mantenni la calma, ma era una calma apparente. Presi un bel layout tenendolo fra due mani, lo posai sul ginocchio destro e lo spezzai in due. Il clamore cessò di colpo. Tutti gli astanti, compreso Neri, mi fissavano allibiti mentre prendevo un secondo layout per fargli fare la stessa fine del primo. «Vedi, Neri?», dissi placidamente. «Non è il caso di scaldarsi tanto, a tutto c’è rimedio. La campagna è sbagliata? Allora il suo posto è nel cestino.» Il terzo layout fu tratto miracolosamente in salvo e, altrettanto miracolosamente, Neri mi scongiurò di smetterla con quel massacro. I materiali distrutti furono rifatti in serata e, il giorno dopo, la presentazione al cliente ebbe regolarmente luogo. Devo ammettere, per onestà, che perdemmo la gara: forse Neri aveva ragione. Ma l’episodio stabilí che la trojka non poteva funzionare: non a quelle condizioni, almeno. Marco Vecchia, non ricordo in quale periodo preciso, cominciò a pensare a un’alternativa di carriera: dopotutto la parte che, nel nostro lavoro, gli interessava di piú non era il copywriting ma lo strategic planning, con il suo corredo di ricerca motivazionale, sociologia dei consumi, analisi teoriche, storia della pubblicità, saggi e manuali didattici da scrivere e pubblicare. Col tempo si dedicò completamente a questo tipo di specializzazione, ma quando ciò avvenne Neri ed io ce ne eravamo già andati dalla CPV. Io andai via per primo, a fare il freelance. Fare il manager non mi divertiva, preferivo mettere le mani dentro la pasta creativa. Giusto all’epoca della febbre triumvirale avevo intravisto la possibilità di un giocattolo nuovo, la musica. I ragazzi della Circle, un brillante audiolaboratorio per jingles e sceneggiature radio con i quali avevo realizzato – per conto della CPV – alcuni progetti sonori innovativi, mi corteggiavano per avermi a disposizione come consulente part time. Alla fine mi convinsero e uscii – per la seconda volta –dalla CPV, che era stata la mia nave scuola e che avevo già lasciato nel 1971 per un’assenza di un anno. C’era un sacco di lavoro per i freelance e Neri decise di seguire il mio esempio dimettendosi a sua volta dall’agenzia.
Ci ritrovammo a lavorare insieme da freelance su progetti importanti (Olivetti, Fiat…). Ma la nostra era, per cosí dire, una «coppia aperta». Non avevo mai fatto parte di un binomio indissolubile: mi piaceva cambiare art director, sentire piú campane, variare. Cominciò per me un tour professionale che comprendeva esperienze con Neri ma anche con Fritz Tschirren, Giorgio Tramontini, Loris Losi e tanti altri. Con la Circle poi ti capitava di collaborare con i colleghi di altre agenzie, dalla McCann-Erickson alla JWT Thompson, dalla stessa CPV alla Pirella Göttsche. L’AdMarCo di Firenze arruolò Neri come direttore creativo esterno, e Neri mi trainò a Firenze come condirettore. C’era una bella atmosfera a Firenze, con un bel reparto creativo e clienti importanti come Conad e l’Amaro Averna.
Nel 1982 qualcosa incrinò i rapporti fra Neri e me. Ancora una volta c’era di mezzo la CPV. Erano passati anni dal mio addio precedente. Cot e Marco Vecchia, deciso a mollare del tutto la direzione creativa per occuparsi solo di planning, mi offrirono il ruolo che era rimasto vacante piú un’occasione di relazioni internazionali nell’ambito del network (il gruppo Kenyon & Eckhardt, poi acquisito dalla Bozell & Jacobs). L’offerta non si poteva rifiutare. «Quanto ti rende un anno da freelance?», domandò Cottinini. Glielo dissi. E lui replicò: «Ti diamo la stessa cifra, piú un ruolo europeo, piú un programma di aggiornamenti e vacanze con la famiglia nelle destinazioni che vuoi tu. E soprattutto ti diamo un po’ di pace, perché ti stai sbattendo troppo e ti tocca fare tutto da solo, anche le fatture.» Accettai. Neri prese la cosa come un tradimento. Tutto avrebbe perdonato, tranne il fatto che io tornassi in CPV. Onestamente faccio ancora fatica a capire le ragioni del suo risentimento, anche se si sforzò di metterle nero su bianco in una lettera di quattro pagine fitte. Non ho conservato quella lettera, che mi accusava di colpe incomprensibili e mi avviliva.
Naturalmente il distacco, anche se traumatico, non durò per sempre. Dopo un buco di qualche anno ritornammo ad essere gli amici che eravamo sempre stati. Non poteva essere altrimenti. Avevamo costruito insieme un sacco di ricordi e lui era speciale come un flusso di emozioni: non puoi trattare un flusso di emozioni come un semplice bicchiere di acqua fresca. Ho visto piú d’una volta Neri piangere, lui non è mai riuscito a veder piangere me. Ma una mattina d’estate, questo macabro anno 2021, sono scoppiato in lacrime mentre ero al telefono con lui. Neri aveva perso la sua Paola, io una sorella, invecchiare è un lusso che si paga caro. Ho avuto la netta impressione di averlo colto di sorpresa. Non si aspettava che uno come me potesse piangere. È stata l’ultima volta che ci siamo sentiti, ma non lo sapevo.
Potrei chiuderla qui, è un finale passabile per due pensionati che, fino a due anni fa, si davano periodicamente appuntamento in un ristorante pugliese chiamato Mamma Lina per raccontarsi i dispetti del tempo davanti a una tiella di riso, patate e cozze. Guidava ancora e saliva ogni tanto a Milano da un rifugio solitario nell’entroterra della Spezia. Ma ci terrei a un tentativo di happy end un po’ piú ambizioso – Neri se lo merita. Voglio finire con una cosa bella, di gran valore per me e per la mia famiglia. Una cosa che riguarda il suo talento artistico. E il suo entusiasmo per artisti singolari come Edward Kienholz e Joseph Cornell, pionieri americani dell’assemblaggio, che ho imparato a conoscere proprio da Neri. Una sera, a cena a casa mia, si parlava del piú e del meno e il discorso cadde sulla Grande Guerra. Il padre di mia moglie era stato uno dei ragazzi del ’99, arruolati poco piú che adolescenti per essere addestrati in fretta e furia e spediti in trincea. La sua esperienza militare durò poco, perché fu subito ferito e congedato. Le circostanze di quella ferita, che poteva essere mortale, sembrano surreali. Il colpo, in viaggio per il cuore, trovò due ostacoli lungo la sua traiettoria: un’agendina tascabile e la piastrina identificativa. Questi due oggetti deviarono la rotta del proiettile dirigendolo verso un fianco. (Non ho mai conosciuto mio suocero; morí precocemente, ma non a causa di quella ferita). Mia moglie aveva conservato l’agenda bucata di suo padre, la piastrina deformata, medaglie, nastri, certificazioni ufficiali e una foto del soldato in uniforme da bersagliere. Neri si fece consegnare le reliquie e, con l’ausilio di altri accessori, ci restituí la narrazione sotto forma di assemblage. Una storia vera sui percorsi imprevedibili del caso, che si svolge in parte all’interno di una scatola di legno riciclato chiusa da un vetro e in parte all’esterno, in una zona di (relativa) sicurezza. Ogni volta che vedo la piccola installazione appesa alla parete, ripenso a quella parte di Neri che non ho conosciuto – il giovane art director italiano formatosi alla DDB di Düsseldorf e, prima ancora, il ragazzo di Roma cresciuto in un quartiere popolare del centro storico fra il laboratorio da falegname di papà e altre botteghe artigianali. Un gran fermento di lavoro manuale, voci di strada e creatività. Da portare sotto pelle per sempre.
© P.B.
© P.B.
Sopra (totale) e sotto (particolare): assemblaggio di Neri su un episodio della Prima guerra mondiale. Il ferimento di Ambrogio Moioli, un «ragazzo del ’99».







