
La casa del pittore come un ladro
mi tiene fermo e incerto in corridoio,
punta di naso a filo di tramezzo
fra la stanza di luce e il buco nero.
Non sono il benvenuto fra gli arredi
del salotto di destra – sul parquet
nessun tappeto da rubare e il quadro
sulla parete in fondo non è un quadro.
Tavolo ovale e tripode, due sedie,
tovaglia bianca, niente argenteria,
nessuna traccia di cristalli o champagne,
né mele né colombe, né cappelli né pipe.
E poi di giorno niente è come sembra:
la table n’est pas une table,
la nappe n’est pas une nappe,
les chaises ne sont pas des chaises.
Credevo di trovarmi a Le Perreux-sur-Marne
e invece son compresso tra i poligoni,
quadrato tra i quadrati di una Flatland
pensata e abbandonata al suo destino.
Più vivo e più mi sento illustrazione,
più vivo e più mi privo di spessore:
prima ero carta, adesso una finzione
dipinta e riprodotta in digitale.
Abito abitazioni come questa,
ambienti démodé con la cortina
di velluto marron tenuta al gancio
da un’adeguata passamaneria.
Blu canapé per il gatto che non c’è,
senape o ocra per la boiserie,
un’angoliera con la colonnina,
la pianta vera o finta non si sa.
Dove sono il pittore e la signora?
Smarriti in un bistrot? O in qualche affiche?
Se fosse casa mia accenderei
la radio per sapere che anno è.
E forse Lys Gauty mi canterebbe
Le paradis du rêve, e poi vibrando
commossa un’altra voce annuncerebbe
la firma dell’accordo Briand-Kellogg
come bastasse un soffio di canzone
a dissipare il pus dei notiziari
e a disinfettare la politica
per sempre dall’igiene della guerra.
Il buco nero nell’appartamento
inghiotte suoni di radio e di tram,
cani andalusi e passi di bolero
o per minaccia o per utopia.
L’ultimo inganno è che puoi vedere
più cose dentro il buio che in piena luce.
Una camera oscura è l’infinito
ed infinito è il suo bric-à-brac.
Il pavimento spento è una fiamminga
scacchiera di quadrati bianchi e neri.
In un raptus nostalgico respiri
carboni al forno e sedie di Thonet.
© Pasquale Barbella





