
Un vero robot sarà protagonista di 2nd Born, commedia diretta da Tony Kaye (autore, nel 1998, di American History X). Secondo il regista britannico e il produttore Sam Khoze, il loro robot – che per recitare ha seguito un apposito training professionale – merita l’iscrizione alla Screen Actors Guild, il sindacato statunitense che rappresenta 160.000 attori di cinema e televisione. I premi conferiti dalla SAG anticipano giudizi e orientamenti che spesso influenzano gli Oscar. (Avviso al lettore: non è questo il robot intervistato da Allebrab).
In esclusiva per Dixit Café
Ho intervistato un robot
di Elauqsap Allebrab
Il primo incontro, casuale come i tre successivi, ebbe luogo verso la fine del 2017 in un ospedale lombardo, in circostanze piuttosto penose per me. Emergevo da un intervento difficile e da due notti insonni, prostrato e moscio come uno straccio gettato su un letto del reparto rianimazione. Lui indossava il camice verde dei medici e dei chirurghi. Non sapevo che fosse un robot e sono certo che nemmeno i suoi colleghi nutrissero dubbi sulla consistenza biologica di quel giovane iperattivo, probabilmente uno dei tanti specializzandi in servizio nell’istituto. Si avvertiva però nei suoi modi qualcosa di diverso. Dava del lei anche ai moribondi, per esempio, e mostrava per i pazienti piú comprensione e rispetto di quanto essi stessi si aspettassero. Martin (questo il nome convenzionale che mi è stato suggerito di usare: la sua privacy merita piú protezione della mia) poteva limitarsi al controllo delle ferite e al rinnovo delle medicazioni; si occupava invece anche del lavoro sporco, evitando di delegare a infermieri o ausiliari il lavaggio dei corpi e i cambi di biancheria. Col senno di poi direi che mi aveva colpito, nel suo modo di fare, un che di automatico e, insieme, di aristocratico.
Mesi piú tardi, in piena estate, lo rividi in un ristorante della Riviera adriatica. Con mia sorpresa il dottore si era trasformato in cameriere. Sulle prime, incredulo, pensai che si trattasse di un sosia. Fu lui a tradirsi: si fermò al mio tavolo, mi tese la mano e mi chiese come stavo. Fu cortese ma anche freddo e distaccato. Si guardò bene dal mostrarsi troppo cordiale; si capiva che non ci teneva a incoraggiare un’eccessiva familiarità.
Il terzo incontro fu quello decisivo. Questa volta Martin era un robot travestito da robot. Gli avevano messo addosso un ridicolo costume bombato da umanoide-gadget, come quelli che ci divertivano nella preistoria della fantascienza. Faceva gli onori di casa in una fiera della tecnologia che si teneva a Toronto, intrattenendo i bambini ma anche tanti adulti inclini a immaginare l’intelligenza artificiale come una nuova attrazione da luna park. Ero lí per motivi di lavoro e mi aggiravo con un pass per la stampa appeso al collo. Per la seconda volta fu lui a riconoscere me: del resto io ero sempre io, mentre lui era gonfio di gommapiuma e carico di protesi metalliche come la caricatura di un pupazzo-giocattolo. Gli dissi che ero un fan di Woody Allen e un cultore di Zelig, il film in cui Allen impersonava un uomo misterioso e onnipresente. Rise. Anche lui adorava Allen e Zelig. Ma quando, con l’insistenza tipica dei cronisti piú invadenti, volli sapere chi fosse realmente (attore? cabarettista? reporter esperto in infiltrazioni?), rispose con la massima naturalezza: «Sono un robot.» Pensai che mi stesse prendendo in giro. Allora mi guidò fino a un punto informazioni, prelevò dal banco una piccola brochure e me la porse. La sfogliai rapidamente: era piena di fotografie e di brevi spiegazioni. Tra le immagini ce n’era una con Martin dormiente, seduto su una sedia in posizione rigidamente eretta, in mutande e in ricarica: dalla schiena gli usciva un cavo elettrico che andava a finire in una presa di corrente. Per il resto l’aspetto era di un uomo di circa trent’anni, piú vero del vero. Oddio! Avevo appena letto l’ultimo libro di McEwan, Macchine come me, e mi parve di essermi imbattuto nella realizzazione concreta di una straordinaria invenzione romanzesca.
Martin aveva fretta di separarsi da me per tornare ai suoi doveri: la moltitudine di visitatori obnubilati dal suo aspetto non vedeva l’ora che mi togliessi di torno. Lo afferrai per un gomito e, prima di lasciarlo andare, lo implorai di fissarmi un appuntamento e concedermi un’intervista. Declinò cordialmente la proposta, sostenendo di non essere autorizzato a divulgare informazioni specifiche sulla sua esistenza e sulla sua missione. La parola “missione” intensificò la mia testardaggine. Volevo uno scoop e un’esclusiva, a qualunque costo. Lo avrei persino rapito pur di farlo parlare. Alla fine, per liberarsi di me, mi consigliò di rivolgermi all’ufficio relazioni esterne della Horizone di Londra, l’agenzia di studi sui sistemi del futuro che gestiva il suo operato e i suoi spostamenti.
L’agenzia occupava, alla fiera, uno stand tutt’altro che imponente. Non aveva altro da esporre oltre a quel robot e a qualche stampato promozionale. Era arredato come uno striminzito salotto da tête-à-tête e affidato alla custodia di una timida signora sui quaranta. Indossava un sari indiano verde smeraldo con bordature in rosso e oro. Le dissi che volevo intervistare il robot e la pregai di mettermi in contatto con il servizio p.r. dell’agenzia. Fece tre o quattro telefonate e mi chiese, con un sorriso imbarazzato, di ripassare nel pomeriggio. Investii buona parte della giornata in attese, viavai e negoziati, ma alla fine l’ebbi vinta. E adesso eccomi a bordo di una nave da crociera, ospite di un robot nella sua spaziosa suite con balcone affacciato sul mare. Martin sta provandosi le giacche da sera che ha trovato appese nell’armadio: mi chiede come gli sta un modello blu damascato, scintillante di lustrini. Dice che ha il compito di animare, grazie alla padronanza di un numero imprecisato di lingue, lo spettacolo di varietà in programma questa sera nel teatro di bordo. Vorrei concentrarmi sull’intervista e me la sbrigo con un commento di generico assenso. Entra lo steward a prendere le ordinazioni. Opto per un Negroni e Martin ne chiede uno anche per sé.
«Vi credevo astemi», dico quando restiamo soli.
«Un robot in incognito non commetterebbe l’errore di ordinare acqua fresca», risponde. «Darebbe nell’occhio. Lei berrà dal suo bicchiere e poi, se vorrà, anche dal mio. Altrimenti verseremo il mio cocktail nel water.»
«Mi conforta il suo senso dell’umorismo. Renderà piú vivace un’intervista nata zoppa.» Sono nervoso perché il permesso che mi è stato accordato è disseminato di divieti. Niente fotografie, tanto per cominciare. E ben pochi argomenti sui quali mi è consentito conversare con lui. È come se mi avessero imposto di attenermi piú alle opinioni che ai fatti. Martin non può dirmi nemmeno dove si è imbarcato (la nave fa il giro del Mediterraneo: può essere partito da Marsiglia o Barcellona o da chissà quale altro scalo) e dove si concluderà il suo viaggio, mentre lui sa tutto di me, compreso il mio breve itinerario. Da Savona a Civitavecchia: giusto il tempo di scambiarsi quattro chiacchiere inconcludenti. L’automa si decide finalmente a spegnere il televisore a circuito chiuso, che manda in onda a ripetizione uno stucchevole documentario sulle cento meraviglie della vita di bordo. Davanti al balcone sfrecciano, garriscono e stridono i gabbiani del porto, affamati di novità. La nave, una torreggiante vacanzopoli color panna, sta per sganciarsi dagli ormeggi per prendere il largo.
Secondo il mio interlocutore ci siamo già visti piú di tre volte. Dice di avermi individuato anche in un’aula del Politecnico, a Milano. «Lei era con una studentessa, una biondina dalle guance rosse», asserisce. Non faccio fatica a ricordare di aver accompagnato una giovane amica di famiglia alla presentazione della sua tesi di laurea. Ma non mi ero accorto della presenza di Martin. «Cosa ci faceva lí?», domando incuriosito. «Era un membro della commissione?»
«No: tenevo sotto esame la commissione a sua insaputa, fingendomi studente. In quello stesso anno accademico ero iscritto, con generalità diverse, a dodici facoltà di altrettanti atenei europei. Il mio compito consisteva nel raccogliere informazioni sulle modalità didattiche correnti: in quel caso la relazione, l’interrogazione, i temi, gli atteggiamenti, i tic. Di solito gli incarichi che mi vengono affidati in questa fase della mia esistenza hanno lo scopo di affinare la mia formazione in vista di obiettivi piú complessi e socialmente utili.»
Bussano discretamente alla porta. È l’attendente filippino col vassoio dei cocktail. Ci avverte che fra un quarto d’ora sentiremo la sirena d’allarme e che i passeggeri imbarcati a Savona avranno l’obbligo di partecipare all’esercitazione di emergenza. «Se vuole vengo anch’io per farle compagnia», dice Martin, leggendomi in volto un’ombra di malumore. Mi pare di cogliere un’intenzione ironica nella sua voce e nel suo sguardo.
«Formazione, obiettivi, missioni socialmente utili. Parla un linguaggio da agente segreto ed è in continua trasferta. Per conto di chi lavora? Che tipo di spionaggio esercita: industriale, politico, poliziesco, militare? Confido nell’illusione che il suo sistema operativo la obblighi a non mentire, se ciò che leggo nei romanzi ha qualche fondamento.»
«Uhm, che tono ostile». Il suo modo di canzonarmi mi fa sentire infantile. Dovrò correggere il mio stile di conversazione: ne va della mia dignità. «Sí, sono programmato per dire solo la verità. Quanto allo spionaggio, può darsi che in senso lato il concetto si adatti alla natura dei miei impegni; ma essi non corrispondono in alcun modo al genere di cose che possono esserle venute in mente. – Temo di aver detto troppo.» L’ultima frase gli esce dopo una pausa, insieme a un sorriso vagamente colpevole.
Adesso va a chiudere la porta-finestra che dà sul balcone: i suoni che accompagnano le manovre di partenza sono molesti anche per lui. Nel frattempo, il Negroni mi istiga alla sfida. «Di che formazione ha ancora bisogno? Leggo e sento dire dappertutto che ne sapete quanto può saperne il web. Che potete abbordare qualsiasi ramo della conoscenza col motore di ricerca piú potente e raffinato del mondo. Che insomma il vostro hard disk non ha nulla da invidiare a quello di un computer. Senza contare che, a differenza di un computer, potete farvi tranquillamente passare per esseri umani. Con voi la cibernetica dovrebbe aver raggiunto il vertice del possibile. Che altro vi manca?»
Guarda istintivamente e senza espressione il bicchiere che ho in mano. Squilla la sirena di richiamo all’esercitazione obbligatoria. Che rottura di scatole. Martin mi aiuta – come farebbe un figlio con un padre vecchio e impacciato – a indossare e allacciare il giubbotto salvagente prelevandolo dall’armadio, ne indossa uno anche lui e poi, arancionati a dovere, ci uniamo alla folla che inonda i corridoi dirigendosi verso la fiancata piú vicina. Mi vengono in mente, chissà perché, certe scene da film. Il robot mi legge nella mente e se la ride con gli occhi, mentre sussurra al mio orecchio: «Titanic. Di Caprio.»
Mezz’ora dopo riprendiamo il dialogo da dove si era interrotto. Martin ripete le mie ultime parole a mo’ di promemoria: «Con voi la cibernetica dovrebbe aver raggiunto il vertice del possibile. Che altro vi manca?»
«In altri termini: a cosa può servirle perdere tempo in ospedali, ristoranti, scuole e fiere commerciali, quando è già potenzialmente padrone di tutto lo scibile? Ha proprio bisogno di bendare ferite, servire spaghetti, subire dissertazioni accademiche sui calcestruzzi fibrorinforzati o i sensori inerziali?»
«Contrariamente a quanto può credere, lo sviluppo della robotica e delle sue applicazioni pratiche è tuttora appena agli albori. Non si lasci impressionare dal mio aspetto: quella che chiamate “intelligenza artificiale” può andare ben piú lontano di cosí. Io le sembro un prodigio della scienza e in parte lo sono, ma c’è ancora tantissimo da lavorare sulle mie funzionalità. McEwan ha scritto un libro su Adam, un prodotto simile a me; ma le assicuro che io non sarei ancora in grado di scrivere un libro su McEwan, e nemmeno su Adam o me stesso.»
«McEwan ha descritto un robot coltissimo e non meno problematico di Roy, il replicante di Blade Runner. Quello delle navi in fiamme e dei bastioni di Orione. E ha aperto spiragli sull’ipotesi di una rifondazione etica, progettata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, delle società moralmente in declino. Pensa che ciò sarebbe possibile?»
«Mi fa piacere che abbia colto una delle provocazioni piú notevoli del romanzo. Questo è uno dei casi in cui la letteratura, anticipando di qualche passo la scienza, ci invita a indagare sulle eventuali opportunità offerte dall’informatica all’evoluzione culturale dell’homo sapiens.»
«Con un bel paradosso, però. Nel tentativo di migliorare la sua condizione, l’uomo produce un’imitazione purificata di sé stesso, aspettandosi un futuro miracoloso dal superuomo artificiale che ha creato. Perché è questo il traguardo finale del suo training, no? Imparare a salvare l’umanità usurpandone lo status, i poteri, i privilegi.»
«Perché non usciamo a fare due passi? Stare a lungo chiusi in cabina non aiuta a liberare la mente. La nave è piena di metafore. Andiamo a pescarne qualcuna che ci illumini.»
A quest’ora del pomeriggio comincia ad esserci musica dappertutto, persino negli ascensori. Al casinò affluiscono i primi maniaci delle slot. Una cantante dall’accento romagnolo si esibisce con un tastierista presso uno dei bar. Sulla pedana da ballo volteggia, solitaria, un’attempata coppia di ballerini. Martin si ferma a osservare le evoluzioni di Ginger e Fred e accosta le labbra al mio orecchio sinistro, alzando la voce per farsi udire. «Il fox-trot è una dimostrazione elementare di come funziona un mondo governato dal sistema numerico binario. Si concentri sui passi dell’uomo, è lui che conduce la danza. Si è assunto la responsabilità di decidere, ad ogni passo sincronizzato col ritmo della musica, se spingere il piede destro in avanti, indietro, a destra o a sinistra. Uno, zero, uno, zero. Con ogni probabilità si attiene allo schema senza preoccuparsi del traguardo. La coppia ha cominciato a ballare in un punto determinato della pista e sono quasi certo che ignora il suo punto di arrivo. La contraddizione è evidente: nonostante l’impostazione matematica della sua coscienza, l’uomo è incapace di portare a termine, con altrettanto rigore, la maggior parte dei suoi progetti.»
«Capisco cosa intende. C’è un conflitto permanente tra la matematica e il caso. Risultato: la storia è imprevedibile come un giro di fox-trot. Sembra muoversi in modo lineare all’origine di un insieme di eventi, ma presto il disegno complessivo si sbriciola in una miriade di piccole deviazioni e ciò che sembrava scontato rischia di essere continuamente smentito.»
«McEwan, con un umorismo talmente misurato da sembrare robotico, cambia a piacimento la cronologia e lo svolgimento di eventi noti per indurci a riflettere sull’andamento rapsodico della storia umana. Alan Turing, il genio che era riuscito a decifrare i messaggi del nemico durante la seconda guerra mondiale e che giustamente consideriamo il padre dell’informatica, non muore suicida nel 1954 ma continua a perfezionare le sue intuizioni fino alla creazione – negli anni ottanta – di una nuova generazione di androidi, quella di Adam. Il Regno Unito perde la guerra piú stupida di sempre, quella delle isole Falkland contro l’Argentina, in barba a tutte le previsioni di allora e all’esito che conosciamo. I Beatles si riuniscono dieci anni dopo Let It Be.»
«Quelle di McEwan sono le uniche fake news degne di rispetto. Ad ogni buon conto la differenza tra lui e Adam, o tra lui e me, è che un robot non potrebbe scrivere fake news. Neanche se volesse. Neanche se a fin di bene.» Ci spostiamo all’esterno, sulla promenade, lasciandoci schiaffeggiare da un vento purificatore. La nave fende l’immensità del blu con chirurgica, schiumante spavalderia. Sciacquìo, sciaguattìo e sciabordìo compongono una colonna sonora di liquida e avvolgente grandiosità. «Se non si può far niente per rendere piú giudiziosi i percorsi della storia, a che serve cercare in continuazione nuovi strumenti e nuove strade per gestire la manutenzione del mondo?», domando al mio compagno di viaggio. E aggiungo: «Lei, Martin, si crede migliore di me? Solo perché il suo sistema operativo le impedisce di mentire? Ma non tutti i danni derivano dalle bugie: questo dovrebbe saperlo.»
«Non mi credo né migliore né peggiore di nessuno. Sono stato programmato per risolvere problemi: meglio se uno per volta. Chi mi ha concepito aveva in testa un disegno strategico, un obiettivo. Forse un’ideologia: so di non dover usare questa parola, non è piú di moda, ma confido che lei sia uno di quelli che non si lasciano fuorviare dai tic e dai cliché della propaganda politica, apolitica o antipolitica che sia. Dicevo che le mie scelte non dipendono dal libero arbitrio, ma dalla volontà dei miei creatori – i surrogati e concorrenti del vostro Dio. Per migliorare il mondo occorre innanzitutto definire e condividere una prospettiva. Molte delle prospettive correnti si sono rivelate deludenti, talvolta addirittura letali. Non possono essere “buone”, ovvero favorevoli alla sopravvivenza della vostra specie di appartenenza, certe faziosità mirate al successo di certuni e all’estinzione di altri.»
«D’accordo. Ma chi stabilisce cosa? I filosofi del software? E quale sarebbe il ruolo di voi robot in una rivoluzione culturale ipoteticamente piú efficace di tutte quelle che l’hanno preceduta?»
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Clemente Susini, Statua di giovane donna giacente con parti anatomiche scomponibili, detta Venerina, cera, 1780-1782. Museo di Palazzo Poggi, Università di Bologna. |
«Quali, secondo lei?»
«Comincerei dalla categoria dei classici problemi irrisolti. Non ha senso, per esempio, continuare a investire nell’affinamento anatomico ed estetico degli umanoidi: non siamo né manichini da vetrina né bamboli gonfiabili. O nel miglioramento delle prestazioni del telefono. Beninteso: non ho nulla contro la tecnologia dei consumi. Sono anch’io fanatico di musica e videogame. Ma molti dei problemi irrisolti sono tali solo perché considerati estranei al campo d’azione della cibernetica. Un giorno anche lei dovrà chiedersi se un capo di stato sia davvero piú abile di una macchina all’esercizio delle sue funzioni. O se un parlamento elettronico non possa rivelarsi piú democratico e costruttivo del suo equivalente umano.»
«Nel mio paese è stato già tentato un esperimento del genere.»
«Non è la stessa cosa. Da voi hanno semplicemente introdotto un nuovo metodo di consultazione e propaganda, come se di fabbriche del consenso non ce ne fossero già abbastanza. All’intelligenza del futuro potreste affidare il compito di preparare una svolta meno passionale e piú scientifica alle scelte piú convenienti per il genere umano. L’equilibrio non solo dell’ambiente, ma anche dei suoi abitanti (senza discriminazioni), dovrebbe stare al centro degli interessi della specie.»
«Ancora una volta, temo, faremo del nostro peggio.»
«Se si vuole cambiare il mondo bisogna almeno provarci.»
«Questa sua frase, Martin, è bella ma puzza già di slogan, di imbroglio.»
«So cosa intende. Finora le idee non hanno saputo – o potuto – fare a meno di circolare a cavallo di poderosi repertori retorici. La patria, le medaglie, il territorio, la libertà, la gloria, la difesa, i confini, le colonie, la rivoluzione, la sicurezza… E cadaveri, cadaveri, cadaveri. Come dice il vostro proverbio? Ne uccide piú la lingua che la spada? Ne uccide piú la propaganda che il cannone. Ne uccide piú il culto che la croce. Guardarsi dalle religioni: sono i piú potenti ispiratori di spiritualità, ma anche autentici depositi di tritolo. Guardarsi anche dal culto delle tecnologie: sono strumenti di servizio, mica Dio. Che ore sono? L’intervista, amico mio, finisce qui.»
«Nossignore. Martin, non può ritirarsi adesso. Abbiamo un sacco di punti da approfondire. Di ombre da schiarire. Di dubbi da spianare.»
«Tra poco la chiameranno per la cena di gala. Vada nella sua cabina a prepararsi. Faccia una doccia, si rada, si profumi. Ce l’ha una cravatta? No? Prenda la mia», e si scioglie il nodo della striscia rossa e blu che porta al collo. «Ecco. Vada. Io non posso mangiare. E neanche far vedere a tutti che non mangio.»
«Non me ne frega niente della cena. Preferisco parlare con lei. Ne ho il diritto. E ho il dovere di fornire ai miei lettori un’informazione esauriente.»
«Ho parlato piú del necessario. Non ho altro da aggiungere.»
«Non può trattarmi così! Ce l’ha almeno un’idea di quanto è costata, al mio editore, questa chiacchierata asfittica, senza capo né coda?»
«So che è stato richiesto un contributo da destinare a una fondazione umanitaria. Ringrazi il suo editore anche da parte mia.»
«Lo vede? Il bene comune passa anche dalle piccole cose.»
«Se allude alla donazione, sono costretto a ribadire il mio sentimento di totale sfiducia nelle forzature retoriche. Un po’ di sottotono farebbe bene anche a lei.»
Lo rivedo dopo cena, sotto i riflettori, su un palcoscenico sfavillante di effetti speciali. Fa lo spiritoso in cinque o sei lingue diverse, calamitando applausi e gridolini di gioia. L’orchestra asseconda le sue battute con schiaffi di swing. Presenta ballerine di flamenco, violinisti rock, ventriloqui e pagliacci, giocolieri e illusionisti da circo, coristi siberiani e spogliarelliste thailandesi, e con tutti interloquisce, canta, balla, compie giochi di prestigio e acrobazie. Si fa uscire di bocca qualche gaffe per il gusto di scusarsi dicendo «ooops! non sono un robot!». E giú applausi, freddure, applausi, aneddoti, applausi, giochi di parole in inglese, in italiano, in francese, in spagnolo, in portoghese, in tedesco, in mongolo, in nepalese… Non mi aspettavo da lui un tale sfoggio di esibizionismo. Il pubblico risponde con un entusiasmo esagerato.
Se sapessero che è soltanto un robot. Ma forse il robot sono io.
© Elauqsap Allebrab











