Quattro pianoforti e un ospedale.
Milano, 23 ottobre 2016. Strepitosa serata multimediale (musica, cinema, teatro, televisione, ombre cinesi, effetti elettronici) e multidisciplinare alla Sala Verdi del Conservatorio, con due show dedicati a due diverse correnti d’avanguardia del Novecento. Si parte con la proiezione di Ballet mécanique, cortometraggio cubista di Fernand Léger (1924), accompagnato dal vivo dalla musica di scena composta da George Antheil. Organico a dir poco eccentrico: schieramento di quattro pianoforti, due xilofoni, un glockenspiel e una varietà di altre percussioni. Ma meno folle dell’originale: ai pianisti “umani” Antheil, il bad boy of music secondo una sua autodefinizione, sommava un set di pianole meccaniche per accentuare, anche con i suoni riprodotti automaticamente dalle macchine, il carattere tecno-visionario del film. La seconda parte del programma è invece dedicata a Franco Donatoni e al suo Alfred, Alfred (1995), opera comica in sette scene e sei intermezzi. Sandro Gorli dirige solisti, cantanti ed ensemble per entrambe le composizioni. La regia è di Sonia Grandis.
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| Due inquadrature da Ballet mécanique di Fernand Léger, 1924. |
Va subito detto che, nonostante la diversità – concettuale e cronologica – dei due lavori, il progetto musica-spettacolo è concepito come un insieme. Le due parti non sono divise da un intervallo convenzionale ma da un esilarante intermezzo scenico. A sorpresa viene proiettato un frammento d’intervista televisiva in cui Donatoni (1927-2000), che fu anche docente in questo istituto, non parla di musica ma di spaghetti alla carbonara, di diabete (la sua tortura) e di ospedali. La Sala Verdi viene bersagliata per cinque o dieci minuti da una tempesta di effetti stroboscopici, mentre artisti e studenti, in camice bianco, provvedono all’allestimento della scenografia – un ospedale in parte verosimile e in parte assurdo, con medici e infermieri in cantoria, una sezione per gli orchestrali, barellieri che introducono pazienti gravi, letti e divisorî, un pannello elettronico che annuncia personaggi, frasi fatte, citazioni ed elettrocardiogrammi, uno schermo su cui si proiettano immagini allusive. I cantanti (una decina) indossano variazioni surreali della divisa ospedaliera, che richiamano vagamente certi stilemi del cubismo e del futurismo; fa eccezione una di loro, Giulia Taccagni, che nel ruolo di Rosa Shock è vestita come la Carmen di Bizet. Gli strumentisti indossano invece la stessa mise di Donatoni nell’intervista. Alfred, Alfred espone fin dal titolo traviatesco il suo pungiglione satirico nei confronti dell’opera lirica, nonché di tutta la musica tonale: la partitura scoppiettante a appuntita, le ardimentose linee di canto, il testo beffardo («vado in cucina a prendere il latte, tornerò tra cinque minuti... il latte era terminato, ho portato del pesce fritto, va bene?...») trasformano l’autobiografico dramma sanitario in musical scombinato e irriverente. La musica agisce da tritacarne, una macchina gastronomica che evoca e sbrindella arie di Verdi, Rossini, Bizet, ma anche scampoli di Stravinskij e della Sagra della primavera. Un’infermiera si chiama Tosca Fosca la Formosa. Al compositore diabetico, che ha urgente bisogno di insulina, la caposala replica polemicamente: «A me non piace la musica contemporanea! Beethoven, Verdi e Wagner sono troppo moderni, io arrivo sino a Bellini.» Nel tritacarne c’è anche il cinema di Fellini, evocato attraverso Giulietta degli spiriti (che qui diventa Mariastella degli Spiri) e l’episodio di Boccaccio ’70 con Anita Ekberg sdraiata nel cartellone pubblicitario del latte. Tanti detriti di cultura pop – da La donna è mobilea Bevete più latte– cucinati nello stesso pentolone di spaghetti che la regia fa comparire in scena oltre il finale, al momento degli inchini e degli applausi.
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| George Antheil. |
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| Franco Donatoni. |
Up patriots to arms.
A distanza di oltre mezzo secolo, la coppia Léger-Antheil e Franco Donatoni si fronteggiano sul ring dell’anticonformismo e dell’esperimento, producendo due modalità di linguaggio alternativo che hanno in comune il gusto del surreale, la scintilla dell’ironia, lo sprezzo dei cliché più accreditati, il tocco del divertissement. Antheil, statunitense affascinato dai casinisti francesi, è stato un intellettuale non meno stravagante di Duchamp. Non solo musicista e scrittore (anche di romanzi gialli), ma persino inventore: nel 1941, insieme a un altro personaggio imprevedibile – l’attrice Hedy Lamarr, nota per aver scandalizzato i censori, nove anni prima, per una scena di nudo nel film Extase, – sviluppò e brevettò un sistema di guida a distanza per siluri. Quanto a Donatoni, ha dovuto soffrire – come molti compositori del suo e del nostro tempo – l’incomprensione di tutti coloro che mostrano scarso interesse per la musica di ricerca, a partire dalla radio e dalla televisione. Ci ha scherzato su anche Franco Battiato: «Up patriots to arms! Engagez-vous! La musica contemporanea mi butta giù.»
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| Una vignetta di R.J. Romero, 2012. |
I due spettatori quattordicenni che erano in Sala Verdi con me, entrambi apprendisti di musica, si sono eccitati per Antheil ma Donatoni li ha buttati giù. Devo desumerne che le avanguardie degli anni venti, nel frattempo, hanno fatto breccia nei sensi dei posteri; per il secondo dopoguerra è ancora presto. La musica soggiace, ancor più delle altre arti, ad aspettative estetiche che privilegiano il giudizio immediato (mi piace, non mi piace) di stampo emotivo. Ma anche la ragione, e non solo l’occhio o l’orecchio, può procurare piacere, quando un artista è capace di provocare la tua voglia di vedere più in là, di scoprire scenari ai quali non avevi pensato. Io ascolto molta musica e pochissimo Donatoni, eppure la serata al Conservatorio è riuscita a scuotere la mia pigrizia e a suscitare il mio entusiasmo.
La musica e il cinema.
Guardi il filmato di Léger, ascolti Antheil e ti accorgi di quanto fosse matura l’arte della composizione musicale rispetto alla balbuzie – non solo tecnologica – del cinema d’allora. La scoperta dei Lumière deve aver eccitato non poco le avanguardie del primo Novecento: ecco, a portata di mano, un mezzo che ti offre l’opportunità di movimentare le immagini, di modificarne il senso e la funzione, di ricreare la realtà o inventarne una nuova di zecca. Léger era tutto fuorché un cineasta e dovette chiedere aiuto a un regista esperto, lo statunitense Dudley Murphy, coautore a tutti gli effetti ma messo in ombra dalla ingombrante celebrità del pittore. Il film conteneva anche qualche contributo di Man Ray (la fotografia, in parte) ed Ezra Pound. La ragazza che sorride è una mitica modella francese di quei tempi, Kiki de Montparnasse, che posò per Chaïm Soutine, Francis Picabia, Jean Cocteau, Alexander Calder e altri di quel calibro. Ballet mécanique ha l’incommensurabile valore storico dell’originalità concettuale: è contemporaneo di Entr’acte, altrettanto pionieristico ma più famoso e ancora più carico di grandi nomi (René Clair regista e sceneggiatore su soggetto di Francis Picabia; musiche di Erik Satie; nel cast Picabia, Satie, Duchamp, Man Ray, Milhaud, Auric...). L’âge d’or, il film surrealista di Buñuel e Dalí in cui Max Ernst interpreta il capo dei banditi, verrà sei anni più tardi e, a differenza dei primi due “film d’arte”, ha un linguaggio narrativamente più strutturato (si ispirava a un romanzo del marchese de Sade). I due corti del 1924 hanno in comune la vocazione a una totale libertà d’immagine, come certi videoclip musicali da MTV: una specie di anarchia visiva, per cui – grazie alla magia del montaggio – puoi accostare le bielle di un macchinario a una donna che sale una scalinata, o le labbra di una modella a un dipinto (statico) dello stesso Léger, senza preoccuparti dei singoli significati, e anzi stando bene attento a non fornirne uno neanche per sbaglio. Ciò che conta è l’automatismo delle macchine, e anche il cinema – con i suoi trucchi – deve essere percepito come un erogatore di icone: più queste sono slegate tra loro, più industriale e asettico è il meccanismo che le produce.
L’idea è provocatoria e innovativa; la realizzazione, invece, soffre di ingenuità tali da non poter considerare Ballet mécanique all’altezza delle opere statiche di Léger, o al livello dell’accompagnamento musicale azzardato da Antheil. Proprio in quegli anni Sergej Ėjzenštejn andava sperimentando e teorizzando le tecniche di montaggio, preoccupandosi molto della composizione formale delle inquadrature e dell’impatto provocato dal punto di collisione fra una scena e la successiva. Il lavoro di Léger e Murphy funziona invece come una suite di elementi casuali, dando a ciascuna immagine una completa autonomia rispetto alle immagini adiacenti.
Tutto questo per dire che il potere della musica, in questo caso, supera e prevarica quello delle immagini di cui dovrebbe costituire un accessorio. Pianoforti e percussioni producono a loro volta effetti visivi: lasciano immaginare più di quanto si veda sullo schermo, una tempesta energetica e tribale, un delirio portentoso di suoni e di emozioni. Spesso lo sguardo dello spettatore si abbassa dallo schermo per indagare sugli strumenti dell’ensemble, per vedere meglio chi sta suonando cosa. L’esecuzione è perentoria e brillante. Lode ai pianisti Erica Paganelli, Marco Baccelli, Damiano Afrifa e Luigi Nicolardi; agli xilofonisti Matteo Savio e Gabriele Lattuada; a Letizia Grassi per il glockenspiel; al timpanista Andrea Mellace; a Davide Curiale per il tamburo; ai percussionisti Emanuele Dervishi, Diego Verzeroli, Lara Cristino, Marco Falcon Medrano; e naturalmente al maestro Sandro Gorli (ex allievo di Donatoni), compositore e direttore stimatissimo non solo in Italia.
Un progetto singolare. Anzi plurale.
Il tandem Ballet mécanique – Alfred, Alfred ha un ulteriore, straordinario punto di forza nel progetto che lo sorregge. La Sala Verdi trasformata in un vero e proprio teatro. La sinergia tra i giovani musicisti del Conservatorio di Milano con quelli del Conservatoire Supérieur di Parigi, l’Accademia di Brera, il Festival di Milano Musica e le Serate Musicali. L’idea di concepire un concerto-spettacolo affine, per molti aspetti, alle installazioni dell’arte contemporanea, in sintonia e in continuità col fervore interdisciplinare delle avanguardie fra le due guerre.
© Pasquale Barbella




















