«Per la miseria! Che ti è successo?»
Visto dal basso, Roi sembrava alto come una torre. Mi ero seduto sul gradino del marciapiede, per riprendere fiato. Dolori dappertutto.
«Una Panda. Mi ha investito una Panda», dissi sforzandomi – chissà perché – di sorridere, come se ci fosse del comico in quell’avvenimento.
«E dov’è il farabutto? Se l’è svignata lasciandoti a terra?»
«No, no, tutt’altro. Era una brava persona, ha cercato in tutti i modi di aiutarmi...»
Gli spiegai, ansimando, che il proprietario dell’auto voleva a tutti i costi portarmi all’ospedale, ma che avevo rifiutato. A botta calda mi sentivo in forma, mi ero rialzato in un baleno. Non avevo nulla di rotto, nemmeno lo smartphone. Avevo tranquillizzato il mio investitore, che sembrava più scosso di me e mi faceva pena. Finalmente se n’era andato, e la sua scomparsa mi aveva procurato un vago sollievo. I dolori erano arrivati subito dopo.
«Basta, non ti affaticare, ne parliamo più tardi. Adesso dimmi soltanto se ce la fai a rimetterti in piedi. Fa’ piano, la cosa importante è capire se le ossa sono a posto.»
«Dammi una mano», dissi tendendogli la destra. Mi rialzai, ma mi sentivo a pezzi.
«Va bene, va bene, risiediti e sta’ calmo. Prendo la macchina di mia madre e ti porto al pronto soccorso. Dammi tre minuti.»
Prima di schizzare via mi passò un pacchetto di fazzoletti di carta. «Datti una pulita, hai un taglio sulla faccia. Roba da poco, ma comincia a sanguinare.»
Si affrettò. Abitava a due o tre isolati di distanza. Mi pentii di averlo scomodato; avrei dovuto chiamare un’ambulanza. Mio padre no, e men che meno Cristina; si sarebbero allarmati a morte, meglio lasciarli in pace. Avevo pensato subito a Roi, per via del quartiere. Sapevo che stava a due passi.
Mi aiutò a montare sull’auto (una Golf, mi pare), tenendomi il braccio intorno alle spalle, tra mille precauzioni. Mi sentivo, al tempo stesso, stupido e importante.
«Non sapevo che hai la patente», biascicai mentre cambiava marcia e accelerava con una certa furia.
«Non ce l’ho, infatti. Compio i diciotto fra un mese. Ma so guidare meglio di quel pirla che ti ha travolto.»
«Non mi ha travolto, mi ha dato una spintarella qui, sul fianco, e sono cascato a terra come un salame.»
«Sulle strisce?»
«No. Attraversavo così, senza pensarci, e non mi sono accorto che quello...»
«Peccato. Fosse stato sulle strisce, potresti spremere all’assicurazione un sacco di soldi. Hai preso i suoi dati?»
«No», dissi con un filo di voce.
«Nemmeno la targa?»
«Credo di averle dato un’occhiata, ma non me la ricordo.» (Dio, perché mi hai fatto così scemo?)
«C’erano testimoni? Qualcuno ha visto com’è andata?»
«No», dissi con un filo di voce.
«Nemmeno la targa?»
«Credo di averle dato un’occhiata, ma non me la ricordo.» (Dio, perché mi hai fatto così scemo?)
«C’erano testimoni? Qualcuno ha visto com’è andata?»
«Forse. Non lo so, non ci ho fatto caso. È successo proprio davanti alla pizzeria, di solito c’è gente che va e viene. Ma a quest’ora...»
Dovevano essere le quattro del pomeriggio, più o meno. Il traffico era decente, niente di paragonabile al casino delle ore di punta. Roi guidava spedito, scafato come un taxista. Cominciai a temere che potesse avere dei guai con la stradale. Il mio senso di colpa nei suoi confronti si acuì.
«Reggi? Andiamo al San Paolo, è più lontano ma con la tangenziale ci arrivo in un attimo.»
Capii che non voleva imbarcarsi nel centro città, dove c’erano maggiori probabilità di imbattersi in un vigile.
«Faresti meglio a piantarmi qui, chiamo un’ambulanza», sospirai sperando segretamente che non raccogliesse la proposta. Non la raccolse. Continuò a guidare senza rispondere.
Dopo un po’ mi domandò come mi sentivo.
«Un po’ meglio», mentii. Mi faceva male tutto il lato della botta, testa compresa. Sotto i panni mi figuravo una gigantesca macchia nera. Un ematoma da Rambo ferito. Sopra di noi, invece, si anneriva velocemente il cielo, come se fosse stato investito da una Panda anche lui. C’era un gran traffico di nuvole scure, una più incazzata dell’altra.
«Siamo quasi arrivati. Rilassati.»
Doveva essersi accorto anche lui dello stato di agitazione in cui mi trovavo, nonostante i miei sforzi per darmi un contegno. A un certo punto staccò gli occhi dal volante per darmi una rapida occhiata.
«Stai tremando», disse. «Vedrai che non è niente.»
«Mi dispiace di averti coinvolto. Magari avevi da fare.»
«Anche tu avevi da fare, suppongo. Gli esami sono esami.»
Avrei preferito che non toccasse quel punto. Ero terrorizzato dagli esami. Quasi ero contento di essermi fatto male. Avevo il diritto di non pensare ai libri, per un giorno o due. Forse per una settimana. Chissà.
Gli chiesi se anche lui fosse preoccupato per gli esami. Disse di no: me l’aspettavo. Roi è il tipo che non ha paura di niente. Forse era questo il vero motivo per cui avevo telefonato proprio a lui.
All’accettazione mi fecero delle domande e mi assegnarono un bollino verde. Roi protestò con durezza: «Forse non ha capito, signora. È stato investito da un pirata della strada, non so se mi spiego. A momenti lo ammazzavano.»
«Lei è un parente?», gli chiese la donna a denti stretti. Aveva l’aria di una che sta per sbatterti fuori. Tirai a Roi la manica della camicia, come per supplicarlo di tacere. Tacque. Andammo a sederci in sala d’aspetto. C’era un viavai di barellati, sembravano tutti in fin di vita. Sul monitor sfilava una sequenza di codici rossi e gialli.
«Te ne puoi andare, sono al sicuro adesso», dissi debolmente.
«Come va con Cristina?»
«Così così. Forse non sono alla sua altezza.»
«In che senso?»
«Ho provato a combinare le vacanze con lei. In principio sembrava entusiasta. Poi ha cominciato a tirar fuori una difficoltà dopo l’altra.»
«Difficoltà oggettive o pretesti per darti buca?»
«Vallo a capire. Dice che i suoi insistono per portarla con loro a New York.»
«Allora sei fritto. Se i miei mi portano a New York ci vado di corsa.»
«E Marisa?»
«Marisa si arrangia.»
«Ma così la perdi.»
«Non credo. Non è mica stupida.»
Lo disse come se le ragazze intelligenti non si sarebbero lasciate scappare un tipo come lui. Provai fastidio per la sua sicurezza. Eppure la mia ammirazione per lui quasi quasi aumentò.
«Guarda quel vecchio», disse cambiando argomento.
Era uno steso sulla barella, pallido come il ghiaccio. Aveva il respiro di un treno a vapore.
«Povero cristo. Avrà cent’anni. Dev’essere pesante arrivare a cent’anni», mormorai.
«Ne avrà sì e no settanta. Guarda la moglie e la figlia, sono troppo giovani per avere un padre centenario.»
«Ha l’aria di uno che non ce la fa.»
«Non ce la farà. Buon per lui.»
«Non passa gli esami», dissi con un sorriso del cazzo. A volte mi escono di bocca le peggiori idiozie. Poi me ne pento, e sto male.
«Come mai non sei su Facebook?», domandò Roi dopo qualche minuto di sbadigli.
«Ho paura di scrivere scemenze. Mi conosco.»
«Le scemenze sono divertenti.»
«Le mie no.»
«Tu non hai molta stima di te stesso.»
Era vero. Non avevo molta stima di me stesso. Che potevo farci?
«Se questi non si sbrigano, tuo padre non ti troverà a casa e fra un po’ comincerà a domandarsi che fine hai fatto. Senza contare che potrebbero ricoverarti, se qualcosa non va. Ti conviene avvertirlo che sei qui.»
Non risposi. Mi giravano in testa pensieri a casaccio, appena abbozzati e subito sciolti. Più che pensieri erano scie fosforescenti: rosse, gialle, verdi e bianche, come i codici del pronto soccorso. Un po’ mi dispiaceva che Roi passasse di colpo da un argomento all’altro, senza approfondirne nessuno. E poi, quell’esortazione ad avvertire mio padre era segno che si era stancato di perdere tempo con me. Non ero neanche il suo migliore amico, dopotutto, anche se mi sarebbe piaciuto esserlo.
La prima ora passò con una lentezza inesorabile, specialmente per Roi. Si vedeva. Allungava le gambe, le ritraeva; le allungava di nuovo, le ritraeva ancora; le accavallava e le scavallava, di scatto; si alzava, faceva quattro passi, ricadeva sulla sedia di botto. Ogni suo movimento mi scuoteva come un’accusa.
«Ti secca se esco a fumare una sigaretta?»
Uscì. Telefonai a mio padre e balbettai la premessa sbagliata: «Non spaventarti.» Ovviamente andò subito nel panico, prima ancora di ascoltare il resto. Era in officina, disse che l’avrebbe chiusa immediatamente e che sarebbe corso da me. Mi sentivo sempre più fragile. E colpevole.
«Ma come è successo esattamente?» Dopo la pausa fumo, Roi ritornò per la quarta o quinta volta sulla dinamica dell’incidente, come se non fossi riuscito a spiegarlo con soddisfacente chiarezza. Pure mi parve di cogliere un sottile rimprovero nel tono della domanda. Il mio imbarazzo cresceva.
Guardai l’orologio. «Mio padre arriva da un momento all’altro. Vai pure. E grazie davvero, sei un amico.»
«Se sta arrivando, aspetto che arrivi. Non mi va di lasciarti da solo.»
«Solo non direi», dissi accennando col mento alla moltitudine di disgraziati in attesa. Era sopraggiunto anche un gruppo di skinhead. Alcuni erano feriti. Uno si teneva la pancia, come se l’avessero sbudellato. Però stava in piedi senza fatica, e continuava a rognare e bestemmiare contro chissà chi. Dovevano essersi accoltellati con una banda rivale. C’erano un paio di poliziotti con loro.
«A quelli, magari, hanno dato il codice rosso. Non è giusto», osservò Roi con aria schifata.
«Saranno in condizioni gravi», buttai.
«Gravi o non gravi, se la sono cercata.»
«Sei duro col prossimo.»
«Prossimo quello? È feccia, lo vedi da te. Non meritano niente.»
Ero troppo debole per opinioni così decise. Cercavo una scappatoia che assolvesse Roi dalle piccole delusioni che mi andava procurando.
«Secondo te sono fascisti?»
Forse era una domanda fuori luogo e forse no.
«Fascisti è dir poco. Il peggio del peggio del nazifascismo. Scommetto che hanno le svastiche tatuate sul culo.»
Scoppiai a ridere, e Roi rise con me. Per mezzo minuto mi sentii sulla sua stessa lunghezza d’onda. Proprio allora mio padre irruppe nella sala, trafelato. Si guardò intorno smarrito, prima di localizzarmi. Aveva due guance così rosse che sembravano papaveri.
«Che è successo? Come stai?», disse baciandomi sulla fronte, davanti a tutti. Era imbarazzante. Roi gli cedette il posto e si fece un po’ da parte.
«Papà, non è niente di grave, ho solo il bollino verde. Ti voglio presentare un amico, un compagno di classe. Si è preso cura di me. È lui che mi ha portato qui e mi ha tenuto compagnia.»
C’era una punta di orgoglio nella mia voce. Ero fiero di presentare a mio padre un amico come Roi. Mio padre si alzò per stringergli la mano, con la faccia traboccante di umiltà e gratitudine.
Ma Roi era tutto preso da una discussione al telefono, di quelle in cui si ripetono a catena, senza saperlo, le stesse cose e le stesse parole, accompagnandole con gran movimento di mani e di braccia. E nemmeno si accorse di lui.
© Pasquale Barbella.





