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I Pianeti di Holst

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Musiche dal cosmo, I

I pianeti di Holst

Guida all’ascolto, di Gianluigi Mattietti

 

1916

Gustav Holst

The Planets

Suite per grande orchestra

 

Mars, the Bringer of War - Allegro

Venus, the Bringer of Peace - Adagio

Mercury, the Winged Messenger - Vivace

Jupiter, the Bringer of Jollity - Allegro giocoso

Saturn, the Bringer of Old Age - Adagio

Uranus, the Magician - Allegro

Neptune, the Mystic - Andante. Allegretto

 

Organico: coro femminile, 2 ottavini, 4 flauti, flauto basso, 3 oboi, corno inglese, oboe basso, 3 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, controfagotto, 6 corni, 4 trombe, 3 tromboni, eufonio, basso tuba, timpani, triangolo, tamburo, tamburello, piatti, grancassa, gong, xilofono, campane, glockenspiel, celesta, 2 arpe, organo, archi

Composizione: 1914 - 1916

Prima esecuzione: Londra, Queen’s Hall, 29 settembre 1918

Edizione: Goodwin & Tabb, Londra, 1921

Dedica: Imogen Holst

In origine scritta per due pianoforti e poi orchestrata.

 

Guida all’ascolto (di Gianluigi Mattietti)


Holst fu un intellettuale aperto e curioso: coltivò un grande interesse per la teosofia, per le filosofie orientali, per la mistica indú (come dimostra la sua opera da camera Sâvitrî, del 1916), per il sanscrito, per la musica araba (echi della quale si colgono nella suite orientale Beni Mora op. 29 n.1 composta nel 1910 dopo un soggiorno in Algeria), ma anche per i canti popolari e gli hymns inglesi, che gli fece scoprire Ralph Vaughan Williams già ai tempi degli studi al Royal College.

        L’amico scrittore Clifford Bax (fratello del compositore Arnold Bax) lo introdusse invece all’astrologia, durante una vacanza a Majorca nella primavera del 1913. Fu cosí che Holst si appassionò agli oroscopi, studiò il manuale dell’astrologo inglese Alan Leo (1860-1917), What Is a Horoscope and How Is It Cast, ed ebbe l’idea di comporre una suite orchestrale dedicata ai pianeti, The Planets, destinata a dargli grande notorietà. In questo pezzo non c’è quindi alcun riferimento astronomico, nemmeno un intento descrittivo o un legame con le divinità antiche come rimarcava lo stesso compositore: «Questi pezzi sono stati suggeriti dal significato astrologico dei pianeti. Non è musica a programma, e non c’è alcuna connessione con gli dei della mitologia classica che hanno gli stessi nomi. Se serve una guida a questa musica, il sottotitolo di ciascun pezzo è sufficiente, specialmente se preso in senso lato. Per esempio Giove, portatore di allegria (jollity) è da intendersi in senso stretto, ma anche riferito a un tipo di gioia piú cerimoniale, associata alle feste religiose o patriottiche. Saturno non è solo portatore di decadimento fisico, ma anche di una visione di appagamento. Mercurio è il simbolo dell’intelligenza.»

        La gestazione di questa partitura durò circa due anni. Holst confidò che l’opera prendeva forma lentamente nella sua mente «come un bébé nel ventre di una donna», ma fu anche costretto a lavorare con lentezza a causa di una neurite che lo aveva colpito al braccio destro. Tra il 1914 e l’inizio del 1916 compose una versione per due pianoforti dei sette pezzi che compongono la suite (Plutone mancava perché non era stato ancora scoperto), lasciando Mercurio per ultimo, e destinando Nettuno all’organo, strumento che Holst trovava piú adatto a descrivere il mondo lontano e misterioso di quel pianeta. Questa prima versione fu eseguita da due colleghe della St. Paul’s School di Londra, Nora Day e Vally Lasker, che poi lo aiutarono anche nella stesura orchestrale (insieme ad altre entusiaste allieve della scuola), lavorando come copiste sotto dettatura del compositore e seguendo i dettagli di strumentazione annotati sui margini del manoscritto pianistico: per questo il manoscritto orchestrale appare redatto con numerose diverse grafie.

        La prima esecuzione di The Planets, che avvenne in forma privata alla Queen’s Hall il 29 settembre 1918, con Adrian Boult sul podio, fu preparata frettolosamente, ma fece subito un grande effetto sul pubblico invitato. Furono poi eseguiti alcuni pezzi della suite nell’autunno del 1918, a Londra e a Birmingham, ma la prima esecuzione pubblica e completa fu solo il 15 novembre 1920, con la London Symphony Orchestra diretta da Albert Coates. 

        Gran parte del fascino di questa partitura risiede nell’orchestrazione, piena di fantasia e di colori, esempio della grande maestria di Holst, maturata anche nella sua attività di trombonista all’interno di diverse orchestre britanniche. L’ampio organico orchestrale comprende anche strumenti inusuali come il flauto basso, l’oboe basso (usato anche da Delius e da Bax nello stesso periodo), la tuba tenore (o eufonio), ma anche l’organo, sei corni, quattro trombe, due cori femminili fuori scena; e la scrittura orchestrale mostra una vasta gamma di influenze, da Bruckner, da Mahler (la Sinfonia n. 6), da Schönberg (Holst possedeva una partitura tascabile dei Cinque pezzi per orchestra op. 16, che riempí di annotazioni e dai quali prese spunto per diversi effetti orchestrali), da Debussy (che era stato scoperto in Inghilterra proprio in quegli anni), da Stravinskij (L’Uccello di fuoco e soprattutto La Sagra della Primavera). Holst ha cosí creato un ampio campionario di stili, che gli ha permesso di caratterizzare in modo diverso e contrastante ogni pianeta, all’interno di una suite che non segue l’ordine cosmico: parte infatti da Marte seguendo un movimento prima centripeto, poi centrifugo, e mostra semmai una struttura speculare, con Giove, che è anche il pianeta piú grande, in funzione di baricentro.

        Pagina profetica, scritta prima dello scoppio della Guerra Mondiale, Marte, «il portatore di guerra» (Allegro) è percorsa da un ritmo meccanico e implacabile, in 5/4, introdotto dagli archi che suonano «col legno», dalle arpe e dai timpani, e con un lungo pedale di sol, sul quale prende lentamente forma una linea melodica, cupa e sinistra, a partire dal registro grave di corni, fagotti e controfagotto. Poi emergono un motivo puntato e sinuoso degli ottoni, costruito come un harmonizer di triadi parallele, e un tema eroico, intonato dalla tuba tenore e poi ripreso dagli archi ed echeggiato dalle trombe. Su questi elementi Holst crea una pagina di grande impatto dinamico, fatta di crescendo parossistici, frizioni politonali, continui slittamenti dei percorsi armonici.

        All’opposto Venere, «la portatrice di pace», è una pagina incantata ed evocativa (Adagio), giocata su due semplici tetracordi (uno ascendente dei corni, l’altro discendente dei legni), su un morbido tappeto di accordi di settima dei flauti e delle arpe, dal sapore molto impressionistico, su un tema dolce e struggente del violino solo (Andante) che si dipana sullo sfondo di accordi sincopati. Alla fine il tappeto accordale si scioglie in un arabesco di arpeggi delle arpe e dei legni e alla fine evapora nel registro acuto degli archi e dei flauti (morendo alfine), con lo scintillio dei disegni della celesta.

        Mercurio, «il messaggero alato» (Vivace) è uno scherzo veloce e leggero, introdotto dai disegni svolazzanti, in 6/8, dei legni e degli archi con sordina. Piú avanti il violino solo, accompagnato dall’arpa, espone una melodia che sembra una nenia popolare, e che viene a turno ripresa dagli altri strumenti generando un rapido rigonfiamento orchestrale, prima che il tema svolazzante ripristini l’atmosfera iniziale.

        Per Giove, «il portatore di gioia» (Allegro giocoso), Holst crea un movimento festoso, dall’incedere danzante, dominato dalle fanfare dei sei corni che introducono i tre motivi principali, tutti scanditi con grande forza (con l’indicazione «pesante»). E sono i corni, insieme agli archi a intonare il tema della sezione centrale (Andante maestoso): una melodia solenne, in Mi bemolle maggiore, come un grande corale che si espande su tutta l’orchestra, e che riveste una certa importanza anche per il fatto di trovarsi al centro di un movimento che è anche il fulcro dell’intero ciclo. Holst riprese questa melodia in un inno intitolato Thaxed (dal nome della località di campagna, nell’Essex, dove trascorreva lunghi periodi), adattandovi le parole di una poesia di Sir Cecil Spring-Rice (I Vow to Thee, My Country), e trasformandola in un inno patriottico, molto popolare in Inghilterra e tuttora usato in occasioni solenni. 

        Saturno, «il portatore della vecchiaia» (Adagio), è il movimento piú originale e raffinato della suite e quello prediletto da Holst: si apre con un gioco di accordi alternati che creano l’effetto di una superficie armonica ondeggiante, affidata inizialmente alle arpe e ai flauti (con il flauto basso), con una pulsazione periodica che attraversa tutto il movimento come il ticchettio di un lugubre orologio. Su questo sfondo i tromboni intonano una melodia ariosa e solenne, armonizzata come un grande corale, e derivata da una precedente composizione per tre voci femminili e pianoforte, su testo del poeta Thomas Lovell Beddoes (Woe, woe, this is death’s hour), intitolata Dirge and Hymeneal. Dopo un culmine in fortissimo (Animato), sottolineato da ottoni, timpani e campane, il movimento ritorna alla calma iniziale reiterando brevi frammenti in una dimensione temporale sospesa, dal timbro etereo. Imogen Holst, la figlia del compositore, ricorda l’effetto che fece sull’uditorio questo movimento, il giorno della prima esecuzione (quando lei aveva appena 11 anni), in una mordace annotazione: «[...] In Saturno gli ascoltatori di mezza età tra il pubblico sentivano che stavano diventando sempre piú vecchi via via che il passo lento e implacabile si avvicinava». 

        Urano, «il mago», è un secondo scherzo (Allegro), non aereo come il primo, ma caustico e grottesco. Si apre con un motto di quattro note scandite all’unisono da trombe e tromboni: sol, mi bemolle, la, si – note che secondo Malcolm MacDonald rappresentano una sorta di firma, perché G, Es, A, H [le 4 note in tedesco, ndr] corrispondono al nome del compositore, GuStAv H. Segue una catena di accordi staccati e zoppicanti dai fagotti (che richiamano un altro celebre scherzo sinfonico, L’apprendista stregone di Dukas, del 1897) che danno il via a un movimento incalzante, nel quale affiora anche una grande arcata melodica di corni e archi e poi il ritmo di una sorta di frenetica cavalcata, che però, alla fine, magicamente scolora in un pianissimo, su una morbida fascia degli archi punteggiata dalle arpe.

        La suite si conclude con un movimento siderale, misterioso, tutto in pianissimo, dedicato a Nettuno, «il mistico» (Andante), introdotto da un motivo un po’ indefinito, affidato ai flauti (con flauto basso) basato sull’alternanza di due triadi minori (mi minore e sol diesis minore). L’orchestrazione diafana, i grandi arpeggi delle arpe, della celesta, degli archi, contribuiscono a creare un ricamo cristallino, una specie di aureola luminosa; alla fine il coro femminile, senza parole, fuori scena (che rimanda alle Sirènes dei Nocturnes di Debussy] intreccia disegni in eco, che creano un’ammaliante dimensione spaziale, e concludono il movimento con uno straordinario effetto di «dissolvenza». Cosí ricorda Imogen Holst la prima esecuzione: «[...] La cosa piú memorabile di ogni altra fu il finale di Neptune. Ascoltando le voci dei cori nascosti diventare sempre piú flebili, era impossibile capire dove il suono finisse e dove iniziasse il silenzio.»

        The Planets divenne presto un pezzo di grande successo, anche se Holst non lo tenne mai in grandissima considerazione, anzi si lamentò spesso perché questa notorietà oscurò il resto della sua produzione. Una popolarità che è certamente dovuta alla forza visionaria di questa musica, alla sua capacità di veicolare immagini (benché il compositore non l’avesse pensata come una musica a programma). E questo spiega anche la fortuna che ebbe nel mondo della musica per film, tanto da diventare un modello per molti compositori di colonne sonore, che hanno letteralmente saccheggiato, piú o meno esplicitamente, la partitura dei Pianeti, in una cinquantina di film. John Williams ad esempio ha usato la musica di Marte, come colonna sonora provvisoria durante la lavorazione di Guerre Stellari, e in seguito ne ha citato palesemente alcuni temi nella colonna sonora definitiva. La musica di Marte, con i suoi bassi reiterati e martellanti, è certo quella piú imitata soprattutto nei film di ambientazione fantascientifica, in scene di battaglia, o ad alto impatto drammatico, ad esempio nello Squalo (con musiche ancora di John Williams) o nel Gladiatore (musiche di Hans Zimmer e Lisa Gerrard). Ma molti spunti sono stati presi anche da Nettuno, ad esempio nelle colonne sonore di The Abyss (di Alan Silvestri) e Titanic (di James Horner); riferimenti a Saturno si possono rintracciare nelle musiche scritte per Viaggio al centro della Terra (di Bernard Herrmann) o per La Bibbia (di Toshirō Mayuzumi); riferimenti a Giove nella colonna di Braveheart (ancora di James Horner). Sulla musica di The Planets il regista Rhodri Huw ha anche realizzato, nel 2004, un film per la televisione (BBC), una visualizzazione spettacolare, basata su immagini riprese in ogni angolo del pianeta: da quelle di guerra associate a Marte, agli incantevoli paesaggi artici di Venere, alle immagini astratte di Nettuno.

 

Gianluigi Mattietti

 

Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 marzo 2023. Ripreso dal sito L’Orchestra Virtuale del Flaminio.

 


Video: Concerto della hr-Sinfonieorchester (Orchestra Sinfonica della Radio di Francoforte) all’Alte Oper di Francoforte, 10 febbraio 2023. Tilman Michael, maestro del coro. Hugh Wolff, direttore.

 

 

 


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